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L’incapacità di concludere i conflitti e negoziare la pace

Dall’Ucraina al Medio Oriente, sembra impossibile fermare i conflitti che mettono in fibrillazione la stabilità e le economie mondiali, mentre i processi negoziali avviati da più parti non appaiono, nel momento in cui scriviamo, in grado di far cessare le ostilità.

Nel Golfo Persico le trattative tra Stati Uniti e Iran sono state annunciate in più occasioni sul punto di approdare a un accordo di pace, ma finora ogni sforzo è stato vano e in diverse circostanze ai colloqui si sono alternate scaramucce e scambi di colpi che non hanno risparmiato gli stati arabi della regione che ospitano basi statunitensi.

Molti osservatori hanno attribuito il fallimento (finora) dei negoziati mediati dal Pakistan alle pretese israeliane di continuare le operazioni militari contro le milizie scite Hezbollah nel Libano meridionale, adombrando l’ipotesi che Donald Trump subisca le pressioni di Benjamin Netanyahu. A inizio giugno i media statunitensi hanno riferito di una telefonata molto dura tra i due leader, in cui il presidente avrebbe insultato e minacciato il primo ministro israeliano accusato di voler far naufragare i negoziati con Teheran.

Difficile comprendere quanto realistica sia la ricostruzione della lite furiosa tra Trump e Netanyahu, considerato che la Casa Bianca viene spesso accusata di subire indebite pressioni di Israele. Da un lato, non c’è dubbio che i raid aerei su Beirut e le dure battaglie nel Libano del Sud invaso dalle truppe israeliane ostacolano un’intesa con l’Iran, dall’altro, resta però difficile non tenere in considerazione anche altre motivazioni.

Il negoziato non si sblocca soprattutto perché gli USA vogliono porre condizioni umilianti all’Iran quali la rinuncia alle armi balistiche (missili) e a un programma nucleare che Teheran ha sempre definito solo civile, in modo però poco convincente a causa di ben 410 chili di uranio arricchito fino al 60 per cento.

Il punto centrale è che nella Guerra dei 40 giorni scatenata il 28 febbraio dagli Stati Uniti e Israele è stato l’Iran a uscire vincitore: il suo regime non è caduto e il suo arsenale di missili balistici è ancora formidabile, mentre i suoi avversari non hanno raggiunto nessuno degli obiettivi prefissati.

Anzi, USA e Israele hanno quasi esaurito le armi antimissile (Patriot, THAAD, Arrow) e ridotto al minimo le scorte di missili da crociera da attacco al punto che diversi analisti ritengono che per almeno sei anni il Pentagono non sarà in grado di sostenere conflitti prolungati a elevata intensità.

Il conflitto è stato un boomerang per Washington e Tel Aviv con l’aggravante che oggi l’Iran controlla lo Stretto di Hormuz (che era libero al traffico prima della guerra), con tutte le pesanti conseguenze per l’economia mondiale le cui responsabilità ricadono sugli Stati Uniti.

L’Iran non è stato sconfitto, non accetta condizioni punitive, attua un controllo diretto dello Stretto di Hormuz e pretende di incassare le riparazioni di guerra che né Washington né Tel Aviv intendono pagare. Inoltre, ogni volta che un’intesa sembra vicina, Trump rilancia con richieste del tutto impraticabili. Come l’adesione di tutti i paesi arabi più Iran, Turchia e Pakistan agli Accordi di Abramo che normalizzerebbero i rapporti con Israele. Proposta inaccettabile per molte di queste nazioni in assenza della costituzione di uno Stato palestinese.

Trump subisce quindi le pressioni di Israele, ma anche quelle dei “falchi” del partito Repubblicano come Ted Cruz e Lindsay Graham, senatori che avevano criticato duramente la bozza di accordo con Teheran.

A queste si aggiungono gli attacchi dell’opposizione del Partito Democratico, per il quale “Netanyahu ha aspettato per 40 anni un presidente americano abbastanza stupido e sconsiderato da unirsi a lui in un conflitto contro l’Iran” come ha affermato il senatore Chris Van Hollen che ha bollato la politica estera di Trump come un “disastro totale”.

Lo stallo con l’Iran è quindi dovuto all’incapacità di Trump di ammettere una sconfitta che potrebbe risultare fatale alla sua presidenza, senza peraltro avere altre carte per risolvere la crisi nel Golfo Persico, in cui molte nazioni arabe potrebbero presto rinunciare a una presenza militare statunitense rivelatasi in questa guerra più una vulnerabilità che uno strumento di efficace deterrenza.

Resta da chiedersi per quanto tempo l’economia globale potrà ancora tollerare che Trump tenga in ostaggio lo Stretto di Hormuz e gli interessi del mondo. La risposta a questa domanda indicherà la possibile durata di una crisi che minaccia di trasformarsi in un disastro politico, strategico e reputazionale senza precedenti per gli Stati Uniti.

Rispetto alla guerra in Ucraina, anche gli europei sembrano vivere la stessa incapacità di accettare ed elaborare il fallimento dei propri piani. Nel caso europeo si tratta di digerire che dopo quattro anni e mezzo la Russia non è stata logorata, o non a sufficienza da rovesciare le sorti del conflitto in Ucraina.

Nonostante due dozzine di pacchetti di sanzioni e gigantesche forniture militari e finanziarie a Kiev i russi continuano a devastare le retrovie e le infrastrutture ucraine e ad avanzare lentamente su tutti i fronti.

Inoltre l’Europa, già provata sul piano energetico dalla rinuncia al gas russo, economico e in quantità infinite, deve fare i conti con il disastro combinato alla sua economia dalla guerra di USA e Israele nel Golfo Persico.

Le pessime prospettive economiche che stanno configurandosi inducono molte nazioni europee a ridurre l’impegno a favore di Kiev.

Regno Unito, Francia, Spagna, Italia e Canada hanno respinto il 25 maggio la proposta del segretario generale della NATO Mark Rutte di spendere ogni anno lo 0.25 per cento del PIL in aiuti militari all’Ucraina.

Anche dalla Coalizione per le munizioni d’artiglieria all’Ucraina, promossa da Praga, si sono sganciate da gennaio ben 9 delle 18 nazioni europee aderenti, inclusa la stessa Repubblica Ceca. Infine l’Italia e altre nazioni stanno valutando di ridurre l’accesso ai prestiti europei per il riarmo. Se a queste valutazioni aggiungono le difficoltà a rifornire Kiev di missili da difesa aerea Patriot, che ormai scarseggiano anche per le forze statunitensi, il quadro strategico che emerge anche in Europa dovrebbe consigliare la rapida apertura di un dialogo con Mosca, proposto a inizio maggio dal presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, e recepito positivamente da Vladimir Putin.

L’Europa però sembra essere incapace di gestire un negoziato che permetta di ristabilire relazioni più distese con la Federazione Russa al punto da non aver neppure individuato (nel momento in cui scriviamo) un negoziatore.

UE e NATO stanno infatti usando l’arma propagandistica della sbandierata minaccia dei droni per far archiviare ogni ipotesi di dialogo.

Eppure il drone russo Geran-2 schiantatosi in Romania è stato colpito dalla difesa aerea ucraina e non era diretto contro il territorio rumeno, come hanno riconosciuto le autorità di Bucarest. Un incidente di confine come ne sono capitati tanti, ma che non ci sono motivi per ingigantire.

Se Mosca avesse voluto lanciare un segnale di escalation contro Romania, UE e NATO, avrebbe probabilmente utilizzato un missile ipersonico, non intercettabile, facendolo esplodere ben all’interno del territorio rumeno, in modo da non lasciare spazio a dubbi circa la volontarietà di quell’attacco.

Quanto alle fitte segnalazioni di droni sulle Repubbliche Baltiche, alcuni dei quali caduti al suolo provocando danni, va sottolineato che si è trattata sempre e solo di droni ucraini la cui presenza sui cieli baltici viene attribuita da Kiev alle contromisure russe che li deviano dalla loro traiettoria mentre Mosca accusa i governi baltici di ospitare basi di droni ucraini sul loro territorio.

In ogni caso lanciare l’allarme per la guerra ibrida russa contro le Repubbliche Baltiche quando i droni che le sorvolano sono tutti ucraini non aiuta a rendere credibile la narrazione di UE e NATO.

Meglio ricordare che nel 2025 la presunta minaccia, mai dimostrata, dei droni russi segnalati in diverse nazioni del Nord Europa, ma mai né fotografati, né abbattuti, ebbe l’obiettivo di indebolire i tentativi dell’Amministrazione Trump di trovare una soluzione negoziata alla guerra in Ucraina e indurre l’opinione pubblica europea a preoccuparsi seriamente della minaccia russa.

Tirando le somme quindi, da Hormuz ai fronti ucraini, Stati Uniti ed Europa sembrano all’impasse, prigionieri dell’incapacità di accettare e gestire il fallimento delle loro iniziative politiche e militari, di elaborarne di nuove e dell’esigenza esasperata di proteggere a qualunque costo le loro classi dirigenti.

Articolo apparso sulla RMSI 3/2026
dr. Gianandrea Gaiani

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