In un’intervista rilasciata alla NZZ il 25 dicembre 2025, il consigliere federale Martin Pfister ha promesso di portare con maggiore intensità il difficile dibattito sulla politica di sicurezza all’interno del Consiglio federale. Secondo Pfister, negli ultimi anni il Consiglio federale si è occupato più volte di questioni legate alla politica di sicurezza e alla neutralità. Allo stesso tempo, però, il governo è stato fortemente impegnato anche da altri dossier. Proprio nei periodi di incertezza, il Consiglio federale deve fornire orientamento e stabilire delle priorità.
Questa affermazione rimanda a un problema fondamentale della politica di sicurezza svizzera: non solo il quadro delle minacce è diventato più complesso, ma anche il processo decisionale politico appare sempre più lento e macchinoso.
Il Consiglio federale è composto da sette membri appartenenti a quattro partiti e rappresenta deliberatamente un campione politico della Svizzera. Il sistema della concordanza mira a garantire stabilità e ad assicurare che le decisioni importanti siano ampiamente condivise. In tempi tranquilli questo modello rappresenta un punto di forza. In periodi di tensioni geopolitiche, tuttavia, la stessa cultura del consenso può trasformarsi in un fattore di lentezza.
Come ha recentemente evidenziato la NZZ, questa evoluzione è chiaramente osservabile nel dibattito sulla politica di sicurezza degli ultimi anni. Dall’inizio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022, in Parlamento sono stati presentati interventi quasi ogni settimana: sul finanziamento dell’esercito, sulle esportazioni di armi, sulla neutralità o sull’orientamento strategico della difesa nazionale. Tuttavia, molti di questi interventi sono stati respinti dal Consiglio federale o trattati con esitazione. L’impazienza del Parlamento è infine diventata così forte che alcuni specialisti della politica di sicurezza hanno addirittura imposto al governo un ritiro strategico dedicato alla politica di sicurezza – un fatto insolito nella vita politica svizzera.
Le sedute del Consiglio federale sono segrete. Ciononostante, grazie alla Legge sulla trasparenza, la NZZ è riuscita a ottenere documenti interni. Questi delineano l’immagine di un organo diviso sulle principali questioni di politica di sicurezza. Le divergenze emergono già nella valutazione delle minacce. Non vi è accordo nemmeno sulle capacità che l’esercito svizzero dovrà possedere in futuro, né sul ruolo che la politica di neutralità dovrà assumere in un mondo sempre più instabile.
In definitiva, il dibattito ruota sempre attorno alla stessa domanda: chi pagherà il riorientamento della politica di sicurezza della Svizzera?
Ma questa prudenza politica non si limita al Consiglio federale. Anche in Parlamento si manifesta una simile immobilità. I parlamentari vengono spesso accusati di non comprendere la realtà della situazione di sicurezza e di rinviare le decisioni necessarie. Per molti esperti di sicurezza, il quadro delle minacce è ormai evidente da tempo: attacchi ibridi, operazioni cibernetiche, spostamenti degli equilibri geopolitici e la crescente insicurezza militare in Europa dovrebbero in realtà portare ad attribuire una priorità più elevata alla difesa nazionale.
Uno sguardo alla popolazione mostra però una realtà diversa. Per molti cittadini, oggi altre preoccupazioni occupano il primo posto: l’aumento dei premi dell’assicurazione malattia, l’inflazione, la migrazione o l’incertezza economica generale. Rispetto a queste problematiche, le questioni di politica di sicurezza appaiono astratte e lontane. Una parte della popolazione ritiene addirittura che il dibattito sulla difesa nazionale sia eccessivamente presente nei media.
Ed è proprio qui che si trova il punto decisivo: in una democrazia la politica non decide separatamente dalla popolazione. Il Parlamento e il Consiglio federale reagiscono alle priorità della società. Se la maggioranza della popolazione non percepisce una minaccia immediata, anche la pressione politica per investire miliardi nella difesa o per stabilire dolorose priorità finanziarie a favore dell’esercito rimane limitata.
Per questo motivo, criticare esclusivamente il Parlamento e il Consiglio federale non basta.
Le difficoltà finanziarie dell’esercito non sono semplicemente l’espressione di un fallimento politico. Esse riflettono piuttosto la percezione che la società ha della situazione. La politica si orienta inevitabilmente verso le preoccupazioni degli elettori.
Allo stesso tempo, però, la politica ha anche la responsabilità di interpretare strategicamente la situazione. È proprio questo il ruolo particolare del Consiglio federale e del Parlamento. Essi dispongono di informazioni, valutazioni della situazione e dati d’intelligence non accessibili al pubblico. Da ciò deriva non solo il dovere di decidere, ma anche il dovere di spiegare. Se la situazione della sicurezza è effettivamente più grave di quanto ritengano ampie fasce della popolazione, allora la politica deve comunicare questa realtà in modo comprensibile, credibile e convincente.
La domanda centrale, quindi, non è soltanto quando, come e su che cosa la politica decide. La questione decisiva è piuttosto come nasce una consapevolezza della sicurezza all’interno di una società e perché essa sembri attualmente mancare.
La Società Svizzera degli Ufficiali elaborerà prossimamente possibili risposte a questa domanda. Tornerò su queste riflessioni in un prossimo articolo.
colonnello SMG Michele Moor, presidente SSU
Articolo apparso sulla RMSI 3/2026
Immagine: Il Consigliere federale Martin Pfister, alla conferenza stampa presso il poligono di Bure. Copyright: VBS/DDPS/ Philipp Schmidli


