Quando nel 1992 la Svizzera introdusse un’alternativa civile al servizio militare, ponendo fine a decenni di battaglie e condanne penali per gli obiettori di coscienza, il legislatore aveva in mente un principio chiaro: chi non poteva conciliare il servizio militare con la propria coscienza avrebbe potuto prestare un servizio sostitutivo, pagando però un prezzo per questa scelta. La durata maggiorata di una volta e mezzo rispetto al servizio militare non era una punizione, ma una “prova d’integrità”, un meccanismo attraverso il quale chi accettava di servire più a lungo dimostrava automaticamente la genuinità del proprio conflitto interiore. Oltre trent’anni dopo, guardando i numeri e ascoltando le testimonianze, emerge un quadro radicalmente diverso da quello immaginato dal legislatore. Il servizio civile si è trasformato in una scelta di convenienza, svuotata di quel significato etico che avrebbe dovuto rappresentarne il fondamento. La “prova della coscienza” si è rivelata un’illusione.
I dati parlano chiaro: nel 2024 sono state ammesse 6799 persone al servizio civile, con quasi 1.9 milioni di giorni prestati – un livello record. In Ticino, le partenze per il servizio civile prima della scuola reclute sono passate dal 15.9% nel 2020 al 21.6% nel 2024, ben al di sopra della media nazionale del 14.6%. Numeri che raccontano non un’epidemia di crisi di coscienza, ma una migrazione strategica verso un’opzione percepita come più vantaggiosa.
La realtà quotidiana del servizio civile è infatti ben lontana dalle fatiche e dalle rinunce della vita militare. Mentre il soldato deve sottostare a orari rigidi e condizioni spesso spartane nelle caserme lontane da casa, il civilista gode di una flessibilità pressoché totale. Può scegliere autonomamente quando e dove prestare servizio attraverso il portale ZiviConnect, selezionando tra quasi 5000 istituti d’impiego. Può pianificare i propri impieghi in funzione degli studi, del lavoro, della vita privata. Può, nella maggior parte dei casi, dormire a casa propria e mantenere intatta la propria routine quotidiana.
Ma è soprattutto sul piano professionale che il servizio civile ha assunto le sembianze di un’opportunità piuttosto che di un sacrificio. Gli ambiti di impiego (settore sociosanitario, protezione ambientale, cooperazione allo sviluppo) permettono di acquisire esperienze qualificanti, arricchire il curriculum, costruire reti di contatti professionali. Molti giovani lo sanno bene: un periodo di servizio civile in una struttura sanitaria, in un’organizzazione ambientalista o in un ente di cooperazione internazionale rappresenta un valore aggiunto nel mercato del lavoro, soprattutto per chi intende proseguire in quei settori.
L’assenza di una vera verifica del conflitto di coscienza ha completato la trasformazione. Fino al 2009, chi chiedeva di essere ammesso al servizio civile doveva presentare una domanda scritta dettagliata e sottoporsi a un colloquio davanti a una commissione. Era un processo rigoroso, dettagliato e preciso, che tentava almeno di distinguere chi aveva reali motivi di coscienza da chi cercava semplicemente una via di fuga. Oggi quella procedura non esiste più. Basta dichiarare il proprio conflitto di coscienza nella richiesta di ammissione e partecipare a una giornata informativa. La disponibilità a servire una volta e mezzo è considerata prova sufficiente della validità del conflitto.
Ma questa “prova” si è rivelata una finzione giuridica. Come può la semplice disponibilità a prestare più giorni dimostrare un conflitto interiore, quando quei giorni si possono svolgere in condizioni incomparabilmente più favorevoli?
Il Consiglio federale sembra finalmente aver preso coscienza del problema. A febbraio 2025 ha trasmesso al Parlamento una revisione di legge che mira a ridurre le ammissioni introducendo misure come un minimo di 150 giorni di servizio e l’obbligo di terminare rapidamente il periodo di lunga durata. Ma sono interventi che toccano solo la superficie, senza affrontare il nodo centrale: l’assenza di una verifica seria del conflitto di coscienza.
Ma questa “prova” si è rivelata una finzione giuridica. Come può la semplice disponibilità a prestare più giorni dimostrare un conflitto interiore, quando quei La Svizzera ha il dovere di garantire un’alternativa a chi non può servire nell’esercito per ragioni di coscienza, ma di coscienza vera, non di semplice allergia verso qualunque cosa abbia un minimo sentore di “gerarchia” (in questo senso, mal si comprende per esempio perché chi ha veri problemi di coscienza non possa servire presso la Protezione Civile, se non per l’idiosincrasia verso la fatica o gli ordini ricevuti, dal momento che non mi risulta che le missioni della Pci possano in qualche modo confliggere con la propria coscienza).
Ma uno Stato indipendente e Sovrano ha anche il dovere di preservare l’integrità delle proprie forze armate, impedendo che il Servizio Civile diventi ciò che non doveva mai essere: una scorciatoia comoda per chi vuole evitare i sacrifici del servizio militare senza avere alcun reale conflitto interiore. Il grande inganno del servizio civile non è solo un problema di numeri o di equità, è una questione di onestà verso i principi fondamentali su cui si basa l’obbligo di servire in una democrazia.
brigadiere Stefano Laffranchini,
presidente Società Ticinese degli Ufficiali (STU)
Articolo apparso sulla 6/2025
Foto: © CIVI


