Pubblicato in anticipazione della conferenza annuale dell’ARMSI, in programma il 13 ottobre 2026 al LAC di Lugano, questo articolo propone una prima chiave di lettura del tema “Il soldato del futuro: sviluppo tecnologico, interfaccia uomo-macchina e nuove realtà per la sicurezza pubblica”. Le riflessioni che seguono non intendono esaurire il dibattito, ma sollevare alcuni interrogativi destinati ad accompagnare il lettore verso l’evento del 13 ottobre: un appuntamento che riguarda non soltanto il futuro delle forze armate, ma anche quello della sicurezza pubblica e della società.
Al di là delle rappresentazioni fantascientifiche, pone al centro una trasformazione già in atto: in che modo l’intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le interfacce cervello-computer modificheranno il modo di combattere, decidere e proteggere la società? E, soprattutto, di fronte a macchine sempre più performanti, quale sarà domani il vero vantaggio dell’essere umano?
Introduzione
Da sempre il soldato evolve al ritmo delle trasformazioni tecnologiche della propria epoca. L’introduzione della polvere da sparo, del carro armato, dell’aviazione e, più recentemente, dei sistemi satellitari ha modificato, in fasi successive, le modalità d’impiego, le organizzazioni militari e gli equilibri strategici. Oggi sono in corso nuove discontinuità. L’intelligenza artificiale, la robotica, i sistemi autonomi, le reti globali di comunicazione e la crescente capacità di elaborazione dei dati stanno progressivamente ridisegnando i contorni del campo di battaglia.
Sarebbe tuttavia un errore immaginare il soldato del futuro come un combattente sul quale si accumulano semplicemente nuove tecnologie. La vera rivoluzione non risiede soltanto negli equipaggiamenti che porterà o nelle armi che utilizzerà. Riguarda anzitutto l’ambiente nel quale dovrà operare, le decisioni che sarà chiamato ad assumere e il rapporto che instaurerà con sistemi capaci di analizzare, formulare raccomandazioni e, talvolta, agire autonomamente.
Il soldato del futuro si troverà di fronte a una situazione paradossale. Non avrà mai disposto di una tale quantità di informazioni, sensori e strumenti di supporto alla decisione. Eppure, l’incertezza non gli sarà mai apparsa altrettanto pervasiva. I dati si moltiplicano, gli attori si diversificano e gli spazi del confronto si estendono ben oltre il tradizionale terreno fisico.
In questo contesto, la questione fondamentale è comprendere come l’essere umano possa preservare il proprio discernimento, l’autonomia di giudizio e la capacità d’azione in un ambiente sempre più complesso.
Il soldato del futuro non sarà soltanto l’utilizzatore di tecnologie avanzate. Diventerà l’interfaccia tra l’uomo, la macchina e un campo di battaglia ormai esteso a tutte le dimensioni della società contemporanea.
Il soldato al centro di un campo di battaglia ampliato
Per secoli il combattimento si è svolto principalmente sulla terra, sul mare o nei cieli. Oggi questi spazi tradizionali rappresentano soltanto una parte dell’ambiente operativo. Le forze armate devono agire anche nello spazio extra-atmosferico, nel ciberspazio, nello spettro elettromagnetico, nelle profondità sottomarine e persino nei “domini” informativo e cognitivo. Questa estensione del campo di battaglia costituisce probabilmente una delle evoluzioni più rilevanti con cui il soldato dovrà confrontarsi.
Lo spazio è divenuto indispensabile alle operazioni militari moderne. Navigazione, geolocalizzazione, intelligence, osservazione e comunicazioni dipendono in larga misura dalle infrastrutture satellitari. Al contempo, il ciberspazio è diventato un luogo di confronto permanente, nel quale un attacco può perturbare reti critiche senza che venga esploso un solo colpo. Lo spettro elettromagnetico costituisce ormai un vero e proprio ambiente di combattimento, in cui si giocano la capacità di rilevamento, il disturbo elettronico e la protezione delle comunicazioni.

La moltiplicazione degli spazi di confronto modifica profondamente la percezione del combattimento. Il soldato non agisce più soltanto in un ambiente circoscritto. Le sue azioni si inseriscono in un sistema assai più vasto, nel quale gli effetti prodotti in una dimensione possono generare conseguenze immediate in un’altra. Un attacco informatico può neutralizzare un sistema di difesa aerea; un’operazione di disinformazione può influenzare una decisione politica; l’interruzione di un servizio satellitare può disorganizzare una manovra terrestre, senza dimenticarne le conseguenze per la popolazione civile.
Parallelamente, diventa più difficile identificare la natura stessa dell’avversario. I conflitti contemporanei mostrano come gli Stati non siano più gli unici attori capaci di produrre effetti strategici. Organizzazioni terroristiche, gruppi criminali, società private, collettivi ideologici o singoli individui possono oggi disporre di strumenti tecnologici un tempo riservati alle grandi potenze.
Questa evoluzione rende sempre più sfumato il confine tra guerra e pace. Le operazioni d’influenza, le campagne di disinformazione, gli attacchi informatici e le azioni ibride si svolgono spesso al di fuori dei quadri tradizionali del conflitto armato. Il soldato deve quindi operare in un ambiente nel quale l’avversario non è sempre chiaramente identificabile e le intenzioni rimangono spesso ambigue.
La complessità è ulteriormente accresciuta dall’esplosione dei flussi informativi. I sensori si moltiplicano, le reti sociali generano continuamente nuovi dati e i sistemi di sorveglianza producono volumi considerevoli di informazioni. In teoria, tale abbondanza dovrebbe consentire una migliore comprensione della situazione. In realtà, contribuisce spesso ad addensare ciò che Clausewitz definiva la nebbia della guerra.
La sfida non consiste più soltanto nell’ottenere informazioni, ma nel distinguere ciò che è utile dal rumore di fondo. Questa sovrabbondanza può accelerare il processo decisionale quanto rallentarlo. Il soldato del futuro dovrà pertanto sviluppare nuove capacità di analisi, gerarchizzazione e comprensione dell’ambiente, andando oltre la percezione offerta dai soli sensi.
Un’altra evoluzione di rilievo riguarda il ruolo crescente del mondo civile. Storicamente, numerose innovazioni militari venivano sviluppate all’interno di strutture statali e successivamente trasferite al settore civile. Oggi questa dinamica si è in larga misura invertita. I progressi più significativi nell’intelligenza artificiale, nella robotica, nell’informatica quantistica e nell’elaborazione dei dati provengono soprattutto dal settore privato.
Questa realtà trasforma profondamente i rapporti tra forze armate, industria e società. Imprese tecnologiche, università, centri di ricerca e persino sviluppatori indipendenti partecipano indirettamente all’evoluzione delle capacità militari. I confini tra innovazione civile e innovazione militare diventano sempre più permeabili.
Il soldato del futuro dovrà dunque comprendere che il campo di battaglia non si limita più a una zona geografica. Esso include ormai l’insieme delle infrastrutture, delle reti, dei sistemi economici e degli spazi informativi che consentono a una società di funzionare.
L’uomo aumentato di fronte alla macchina intelligente
Una delle trasformazioni più evidenti riguarda il rapporto tra l’uomo e la macchina. Da diversi decenni, le forze armate cercano di accrescere le capacità del combattente attraverso la tecnologia. Questa dinamica continua ad accelerare.
I sistemi informativi tattici, i dispositivi di puntamento intelligenti, i mezzi di comunicazione avanzati, i moderni equipaggiamenti di protezione e i dispositivi di realtà aumentata consentono già di migliorare le prestazioni individuali. La vera discontinuità, tuttavia, non risiede in questi strumenti. Emerge quando i sistemi non si limitano più a eseguire ordini, ma diventano capaci di analizzare situazioni, formulare raccomandazioni e, in alcuni casi, prendere autonomamente determinate decisioni.
Questa evoluzione solleva alcune tensioni fondamentali. La prima concerne il rapporto tra naturale e artificiale. Il progresso tecnologico tende gradualmente a ridurre il confine che un tempo separava l’uomo dalla macchina. Le capacità biologiche possono essere integrate da dispositivi digitali, mentre i sistemi artificiali riproducono alcune funzioni cognitive umane. La seconda tensione riguarda l’incertezza e la prevedibilità. Una parte importante della ricerca attuale mira a sviluppare modelli capaci di anticipare comportamenti, individuare tendenze o prevedere eventi futuri. La guerra rimane, tuttavia, un ambito profondamente segnato dall’incertezza. Anche le previsioni più accurate possono essere smentite da una decisione inattesa, da un errore umano o da un evento imprevisto.
Il rischio emerge quando i decisori accordano una fiducia eccessiva ai modelli predittivi. La tecnologia può illuminare una decisione, ma non elimina mai del tutto l’incertezza intrinseca all’azione militare. Anche la tensione tra prestazione e robustezza costituisce una questione centrale. I sistemi più performanti sono spesso anche i più complessi. Questa sofisticazione può però accrescerne la vulnerabilità. Una forza armata dotata di tecnologie estremamente avanzate, ma dipendente da molteplici infrastrutture, potrebbe trovarsi in difficoltà in un ambiente fortemente degradato.
Infine, il rapporto uomo-macchina solleva interrogativi inediti sulla distribuzione delle responsabilità. Fino a che punto è possibile delegare determinate funzioni agli algoritmi? Chi rimane responsabile quando una decisione deriva da una raccomandazione prodotta da un’intelligenza artificiale? Come preservare un effettivo controllo umano e, al contempo, beneficiare dei vantaggi dell’automazione?
Questi interrogativi non appartengono più alla fantascienza. Riguardano già sistemi impiegati in diversi ambiti militari e diventeranno centrali per le forze armate di domani. Non nascondiamoci la realtà: ovunque la precisione e la velocità di esecuzione della macchina supereranno quelle dell’essere umano, sarà difficile evitarne l’integrazione.
Il soldato del futuro dovrà quindi imparare a operare con partner non umani. Il suo ruolo non consisterà più soltanto nell’eseguire una missione, ma anche nel supervisionare, comprendere e, quando necessario, mettere in discussione le raccomandazioni prodotte dai sistemi intelligenti che lo affiancheranno.
L’intelligenza artificiale come moltiplicatore di potenza
L’intelligenza artificiale è spesso presentata come una delle tecnologie militari più dirompenti della nostra epoca. I paragoni con l’avvento dell’arma nucleare rimangono discutibili, ma illustrano l’ampiezza delle aspettative riposte in questi nuovi strumenti.1
A differenza di un’arma o di un singolo sistema, l’intelligenza artificiale costituisce anzitutto una capacità trasversale. Può essere integrata praticamente in ogni ambito dell’attività militare: intelligence, pianificazione, logistica, manutenzione, addestramento, cibersicurezza, guerra elettronica e condotta delle operazioni. Laddove consentirà di ottenere un vantaggio sull’avversario, verrà progressivamente adottata.
La prima promessa dell’IA risiede nella capacità di accelerare il processo decisionale. Da diversi decenni gli stati maggiori cercano di abbreviare il ciclo OODA, descritto dal colonnello statunitense John Boyd e articolato in quattro fasi: osservare, orientarsi, decidere e agire. Chi riesce a percorrere questo ciclo più rapidamente dell’avversario, o a penetrarvi per interferire con esso, ottiene un vantaggio operativo considerevole.
L’intelligenza artificiale interviene precisamente in questo ambito. Può analizzare simultaneamente numerosi flussi informativi, individuare correlazioni difficili da rilevare e produrre rapidamente una prima sintesi. Non sostituisce l’analista, ma ne sposta l’impegno verso la verifica, la contestualizzazione e l’interpretazione.
Questa capacità diventa particolarmente preziosa di fronte alla crescita esponenziale dei dati provenienti da satelliti, droni, sensori terrestri, radar, reti sociali, intercettazioni delle comunicazioni e fonti aperte, il cui volume supera le capacità umane di elaborazione. L’IA contribuisce così a rilevare i segnali deboli, gerarchizzare le informazioni e concentrare l’attenzione degli operatori sugli elementi più rilevanti.
Nel campo dell’intelligence, la difficoltà si sposta pertanto dalla raccolta alla validazione. L’incrocio algoritmico di fonti eterogenee può contribuire a costruire un quadro operativo più coerente, senza tuttavia dispensare l’analista dal valutarne l’affidabilità.
Anche l’addestramento militare beneficia di questi progressi. Le simulazioni diventano più realistiche, gli scenari più dinamici e gli ambienti virtuali capaci di adattarsi al comportamento dei partecipanti. L’IA consente di introdurre nelle esercitazioni avversari virtuali credibili, in grado di reagire in modo imprevedibile.2
La logistica costituisce un altro ambito particolarmente promettente. Storicamente, le campagne militari sono state spesso determinate dalla capacità di trasferire, immagazzinare e distribuire efficacemente le risorse. Ancora oggi, la capacità di una forza di sostenere un impiego prolungato dipende in larga misura dalla qualità del sostegno logistico. Grazie agli algoritmi, diventa possibile anticipare determinati consumi, ottimizzare i flussi di approvvigionamento e ridurre le interruzioni delle forniture. I sistemi di manutenzione predittiva consentono inoltre di individuare i guasti prima che si verifichino, migliorando così la disponibilità operativa degli equipaggiamenti.
Uno degli ambiti nei quali l’impatto dell’intelligenza artificiale potrebbe risultare più spettacolare riguarda, tuttavia, la gestione dei sistemi autonomi. La comparsa massiccia dei droni sui campi di battaglia contemporanei offre una prima anticipazione di questa trasformazione. Inizialmente impiegati per attività ISR (intelligence, surveillance and reconnaissance), tali sistemi assolvono oggi funzioni estremamente diversificate: ricognizione, guerra elettronica, attacchi di precisione, ritrasmissione delle comunicazioni e appoggio tattico.
La vera rivoluzione che si profila è tuttavia quella degli sciami. Uno sciame è composto da un gran numero di sistemi, idealmente autonomi, capaci di cooperare per conseguire un obiettivo comune. Ciascun elemento dispone di capacità limitate, ma l’azione collettiva produce un effetto superiore alla somma delle prestazioni individuali.
In questo ambito l’intelligenza artificiale svolge un ruolo fondamentale. Potrebbe consentire di coordinare simultaneamente un gran numero di piattaforme senza un intervento umano permanente. Il soldato del futuro sarebbe quindi chiamato non tanto a pilotare ogni singolo sistema, quanto a supervisionare gli obiettivi, i limiti e gli effetti della loro azione collettiva.3
Questa evoluzione riporta inoltre in primo piano una dimensione che forse era stata trascurata: la quantità. Per diversi decenni, numerose forze armate occidentali hanno privilegiato la sofisticazione tecnologica a scapito della massa. I conflitti recenti dimostrano tuttavia che il volume conserva un’importanza determinante. Pochi sistemi estremamente performanti non sono sempre sufficienti di fronte a un avversario capace di schierare migliaia di droni a basso costo.
Il soldato del futuro dovrà quindi operare in un ambiente nel quale coesisteranno equipaggiamenti ad altissima tecnologia e sistemi semplici prodotti in grandi quantità. L’intelligenza artificiale costituirà il collegamento necessario per sfruttare efficacemente questa diversità.
Questa crescente dipendenza dai sistemi digitali solleva tuttavia una questione fondamentale: che cosa accade quando tali strumenti non sono più disponibili?
Il ritorno della resilienza: perché il low-tech rimane indispensabile
La storia militare dimostra che ogni innovazione tecnologica genera, prima o poi, delle contromisure. Ogni vantaggio crea una potenziale vulnerabilità. I sistemi digitali e l’intelligenza artificiale non sfuggono a questa regola.
Quanto più le forze armate dipendono da infrastrutture complesse, tanto più diventano sensibili alle perturbazioni che possono colpirle. Le reti possono essere disturbate, i satelliti neutralizzati, i software compromessi e le comunicazioni interrotte.
In un simile contesto, la resilienza torna a essere una qualità strategica fondamentale: la padronanza delle tecnologie avanzate deve accompagnarsi alla capacità di agire quando queste non sono più disponibili.
Questa duplice esigenza, lungi dall’essere contraddittoria, costituisce probabilmente una delle principali sfide dei prossimi decenni. Una carta topografica rimane utilizzabile quando un sistema digitale si guasta. Una procedura semplice continua a funzionare quando le comunicazioni sono degradate. Una decisione assunta dal comandante sul terreno conserva tutto il proprio valore quando le reti informative sono interrotte.
Questa realtà impone una duplice cultura: sfruttare pienamente gli strumenti disponibili e saper proseguire la missione quando vengono a mancare.
Tale logica supera ampiamente la sola questione degli equipaggiamenti. Riguarda anche l’organizzazione delle forze, le modalità di comando e i metodi di addestramento.
Le unità dovranno essere in grado di operare in ambienti fortemente degradati. Le esercitazioni dovranno integrare più frequentemente scenari caratterizzati dalla perdita di connettività, dal malfunzionamento dei sistemi o da gravi perturbazioni elettromagnetiche.
Anche il comando dovrà evolvere. Un’organizzazione eccessivamente dipendente dai flussi informativi digitali rischia di diventare vulnerabile. Al contrario, strutture dotate di una forte autonomia locale potranno continuare ad agire anche quando le reti centrali saranno perturbate.
Questa riflessione conduce a rimettere in discussione alcune idee consolidate sul progresso tecnologico. L’obiettivo non è sostituire sistematicamente ciò che è vecchio con ciò che è nuovo, bensì disporre di un ventaglio di strumenti che consenta di adattarsi a situazioni diverse.
Se il futuro rimane incerto, con ogni probabilità non sarà né interamente high-tech né interamente low-tech, ma poggerà su una combinazione intelligente dei due approcci.
I conflitti contemporanei illustrano già questa realtà. Nel medesimo teatro operativo possono coesistere droni a guida satellitare, sofisticati sistemi di guerra elettronica e metodi di combattimento i cui principi sarebbero risultati perfettamente comprensibili diversi decenni fa.
Le trincee, l’artiglieria, la fanteria e le fortificazioni non sono scomparse. Questi elementi coesistono oggi con gli sciami di droni, i satelliti e gli algoritmi.
Il soldato del futuro dovrà quindi sapersi muovere tra questi due mondi. Tale polivalenza costituirà senza dubbio uno dei suoi principali punti di forza.
Il fattore umano rimane il vantaggio decisivo
Di fronte all’accelerazione tecnologica, ricorre la tentazione di immaginare una guerra progressivamente liberata dalla presenza umana: i sistemi autonomi sostituirebbero i combattenti, gli algoritmi prenderebbero le decisioni e le macchine si farebbero carico della maggior parte dei rischi. Questa visione poggia tuttavia su una comprensione incompleta della guerra.
Il combattimento rimane fondamentalmente un’attività umana. Dietro ogni sistema, sensore e algoritmo vi sono individui che definiscono obiettivi, interpretano situazioni e assumono responsabilità.
Il soldato del futuro conserverà dunque caratteristiche profondamente umane. Continuerà a provare paura, dubbio, fatica e stress. Avrà sempre bisogno di comprendere il senso della propria missione e di riporre fiducia in chi lo comanda.
Questa realtà attribuisce alla leadership un’importanza crescente: quanto più i sistemi diventano complessi, tanto più diventa essenziale la capacità di conferire senso all’azione.
I comandanti dovranno non soltanto comprendere i vantaggi operativi degli strumenti tecnologici, ma anche spiegare le decisioni assunte e il loro contributo al conseguimento dell’obiettivo generale della missione.
L’intelligenza artificiale modifica anche la natura del comando. Una quota crescente degli indicatori utilizzati per decidere sarà prodotta o pre-elaborata da algoritmi.
Il comandante dovrà quindi valutare la pertinenza delle raccomandazioni, comprenderne i limiti e individuare le situazioni nelle quali deve prevalere il giudizio umano.
Questa competenza diventerà tanto più importante in quanto i sistemi di intelligenza artificiale possono produrre risultati convincenti, ma errati. Una decisione militare non può fondarsi unicamente su una fiducia cieca nella tecnologia.
L’emergere della guerra cognitiva7 apre inoltre un nuovo campo di confronto. L’obiettivo non consiste più soltanto nel distruggere capacità materiali, ma nell’influenzare percezioni, comportamenti e decisioni. Attraverso lo sfruttamento massiccio dei dati diventa possibile personalizzare i messaggi, individuare vulnerabilità psicologiche o rivolgersi in modo mirato a specifiche comunità.
Questa evoluzione della guerra cognitiva conduce a esaminare una frontiera ancora emergente: quella delle interfacce cervello-computer. Avvicinando direttamente l’intenzione umana alla macchina, esse trasferiscono su un piano ancora più sensibile le questioni di prestazione, controllo e responsabilità già sollevate dall’intelligenza artificiale.
Le interfacce cervello-computer: dal potenziamento alla neurosicurezza
Le interfacce cervello-computer, o BCI (Brain-Computer Interfaces), si collocano nel solco di questa riflessione sulla guerra cognitiva e sul rapporto tra uomo e macchina. Comprendono i dispositivi capaci di leggere, interpretare o modulare segnali neuronali, trasformandoli in informazioni o comandi. A lungo confinate alla medicina e alla ricerca, convergono oggi con l’intelligenza artificiale, i sensori indossabili e l’analisi dei dati su vasta scala. Queste tecnologie coprono uno spettro molto ampio. I sistemi invasivi, basati su elettrodi impiantati, offrono la migliore risoluzione, ma comportano elevati rischi medici e di sicurezza. Gli approcci semi-invasivi cercano un compromesso tra fedeltà del segnale e grado d’intrusività. Le soluzioni non invasive, fondate in particolare sull’elettroencefalografia o sulla spettroscopia nel vicino infrarosso, sono meno precise, ma possono essere integrate in caschi ed equipaggiamenti indossabili. Sono queste, oggi, le soluzioni che appaiono maggiormente suscettibili di un impiego operativo su vasta scala.4
Per le forze armate, le prospettive riguardano anzitutto l’interazione con sistemi complessi. In futuro, una BCI potrebbe facilitare il controllo di un drone, di un robot terrestre o di un’interfaccia digitale quando le mani e la voce dell’operatore sono già impegnate. Potrebbe inoltre contribuire a rilevare la fatica, il sovraccarico cognitivo o il calo dell’attenzione, così da adattare la presentazione delle informazioni e ridurre il rischio di errore. L’obiettivo non sarebbe leggere il pensiero, bensì creare un’interfaccia supplementare tra l’intenzione umana e la macchina.5
Le medesime componenti tecnologiche interessano le forze di polizia, la protezione civile e i servizi di soccorso. Potrebbero ripristinare la capacità di comunicare di persone con disabilità, assistere personale ferito, migliorare l’ergonomia dei centri di condotta o contribuire a monitorare la fatica durante interventi prolungati. Questa prossimità dei bisogni dimostra che l’innovazione non procede più in un’unica direzione. Le esigenze del campo di battaglia accelerano determinate soluzioni, mentre gli impieghi civili e di polizia apportano volumi di sperimentazione, quadri regolatori e di controllo, nonché ritorni d’esperienza preziosi per la difesa.
Questa convergenza offre l’opportunità di rafforzare le sinergie tra forze armate, forze di sicurezza, scuole universitarie, ospedali e industria. Consente di condividere la ricerca, definire standard comuni ed evitare che attori pubblici chiamati ad affrontare le medesime sfide sviluppino separatamente risposte incompatibili. In un Paese come la Svizzera, nel quale le competenze sono distribuite tra Confederazione, Cantoni, ambienti accademici e imprese, tale cooperazione può diventare un autentico vantaggio strategico.
Il passaggio dalla cibersicurezza alla neurosicurezza modifica tuttavia anche la natura del rischio. Dal momento in cui un dispositivo rileva o modula un’attività neuronale, il cervello diventa al contempo una fonte di dati e una nuova superficie d’attacco. Una password compromessa può essere sostituita; una firma neuronale, assai meno facilmente. La riservatezza, l’integrità e la disponibilità di questi dati devono pertanto essere protette con un livello di rigore superiore a quello applicato ai dati ordinari.
Gli impieghi coercitivi richiedono una prudenza ancora maggiore. Le affermazioni secondo cui l’attività cerebrale consentirebbe di accertare la colpevolezza, stabilire se un soggetto abbia riconosciuto un oggetto o individuare una menzogna rimangono fragili. Questi segnali sono probabilistici, sensibili al contesto ed esposti a distorsioni interpretative. In un procedimento giudiziario come in una decisione militare, una rappresentazione spettacolare del cervello o un risultato algoritmico non devono mai essere confusi con una certezza.
Le questioni in gioco investono dunque la dignità, l’autonomia personale, la libertà di pensiero e il diritto di non autoincriminarsi. Riguardano anche la responsabilità: chi risponde di un’azione quando un dispositivo neuronale, un algoritmo e un operatore concorrono alla decisione? Un quadro di governance credibile dovrà combinare chiari limiti giuridici, controllo indipendente, tracciabilità tecnica e formazione degli utilizzatori. La cooperazione tra difesa, polizia, giustizia, medicina e ricerca sarà indispensabile per definire tali regole prima che gli impieghi si generalizzino.6
Per il soldato, il rischio non si limita peraltro al dispositivo in quanto tale. Le sue abitudini digitali, i dati biometrici, le reti sociali e quelle dei suoi familiari costituiscono già superfici d’attacco. L’aggiunta di dati neuronali amplierebbe ulteriormente questo spazio di vulnerabilità. La protezione del combattente deve quindi comprendere l’integrità fisica, la sicurezza digitale e la resilienza cognitiva.
Questa prospettiva rafforza, anziché diminuire, l’importanza del fattore umano. Quanto più le interfacce diventano dirette e le raccomandazioni automatizzate, tanto più il combattente e il comandante devono comprendere i limiti del sistema, riconoscere un’informazione anomala e conservare la capacità di rifiutare una soluzione tecnicamente seducente, ma operativamente o eticamente inaccettabile.
Essa conferma inoltre la necessità del low-tech. Una forza non può fondare la propria libertà d’azione su interfacce che richiedono costantemente connettività, energia, calibrazione e integrità del software. Le BCI dovranno essere considerate mezzi supplementari, non dipendenze irreversibili. L’addestramento dovrà mantenere procedure alternative, modalità di comando semplici e la capacità di proseguire la missione senza assistenza digitale.
Il soldato del futuro non sarà quindi soltanto un utilizzatore di tecnologie avanzate. Dovrà saper passare da un ambiente fortemente connesso a condizioni operative degradate, cooperare con specialisti civili e militari, proteggere il proprio spazio cognitivo ed esercitare il giudizio sotto pressione. In questo quadro, le conoscenze acquisite nella società civile, le competenze tecniche e la diversità dei percorsi diventeranno risorse operative di primo piano.
Conclusione
l soldato del futuro non sarà né un combattente definito dalla mera accumulazione di tecnologie, né un operatore passivo posto sotto la tutela degli algoritmi. Agirà in un ambiente nel quale i dati, i sistemi autonomi, l’intelligenza artificiale e, forse, le interfacce cervello-computer accresceranno considerevolmente la velocità e la portata dell’azione.
Queste capacità offriranno un vantaggio reale, ma mai gratuito. Ogni incremento delle prestazioni creerà una nuova dipendenza, ogni rete una superficie d’attacco e ogni automazione un rischio di cecità operativa. La superiorità tecnologica potrà quindi durare soltanto se accompagnata da robustezza, sovranità tecnologica, standard di sicurezza rigorosi e una stretta cooperazione tra gli attori della difesa, della sicurezza interna, della ricerca e dell’industria.
La resilienza dovrà rimanere al centro di questa trasformazione. Le forze dovranno sfruttare l’high-tech senza perdere le competenze fondamentali che consentono di agire quando i satelliti, le reti o i software non sono più operativi. Il low-tech non rappresenta un rifiuto del progresso: garantisce che la missione possa continuare anche quando la tecnologia non è più disponibile.
Il fattore decisivo rimarrà dunque umano. Nella nebbia della guerra, nessuna macchina eliminerà completamente l’incertezza, la paura, la responsabilità o la necessità di conferire senso all’azione. Il comandante dovrà valutare le raccomandazioni degli algoritmi, decidere quando i dati si contraddicono e mantenere la coesione quando i sistemi sono degradati. Il soldato dovrà coniugare padronanza tecnica, discernimento, coraggio, iniziativa e capacità di adattamento.
Il futuro non apparterrà dunque né all’uomo né alla macchina considerati separatamente, ma a una loro lucida combinazione. Avranno successo le forze armate capaci di integrare le innovazioni senza diventarne prigioniere, condividere i progressi con gli altri attori della sicurezza e preservare, al centro del proprio assetto operativo, la libertà di giudizio e d’azione del personale. In un mondo aumentato, automatizzato e incerto, il vantaggio decisivo rimarrà la capacità umana di comprendere una situazione, decidere nonostante l’incertezza e agire quando non tutto funziona più come previsto.
Moderatore e relatori
Magg Luca Tenzi — Consulente strategico internazionale nei settori della sicurezza, della geopolitica, della corporate intelligence e della gestione delle crisi. Nel corso della carriera ha ricoperto funzioni dirigenziali e svolto incarichi di consulenza per organizzazioni internazionali, gruppi Fortune 50 e società del CAC 40. Fondatore di una boutique advisory svizzera, affianca consigli di amministrazione e senior leader nella governance dei rischi security e della leadership. Ha conseguito un MSc in criminologia applicata presso l’Università di Leicester e diverse specializzazioni europee in Risk Management e continuità operativa. Visiting lecturer in security e crisis management in Svizzera e all’estero, introdurrà e modererà il dibattito.
Dr Quentin Ladetto — Ideatore e responsabile del programma Technology Foresight (DEFTECH) di armasuisse Scienza e Tecnologia, nell’ambito del Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport (DDPS). Il programma identifica e analizza le tecnologie emergenti, valutandone opportunità, rischi e potenziali applicazioni per la difesa e la sicurezza, traducendo l’innovazione tecnologica in scenari prospettici e strumenti a supporto delle decisioni strategiche. È dottore in geomatica presso il Politecnico federale di Losanna (EPFL), Executive MBA in Finance presso HEC Lausanne e ha completato una formazione executive in Technology Management presso l’IMD di Losanna.
Cap Patrick Ghion — Ufficiale della Polizia cantonale di Ginevra dal 1997, dopo cinque anni nel settore bancario. Già ispettore di polizia giudiziaria, ha sviluppato e diretto la Divisione Cybercrime e successivamente il Dipartimento di scienze forensi. Ideatore della «Cyber Triad», integrazione di analisti, investigatori e specialisti forensi, dirige dal 2019 il Centro regionale di competenza cyber (RC3). Dal settembre 2023 è Chief Cyber Strategy Officer, responsabile della Vision 2030+ e dello sviluppo di partenariati nazionali e internazionali.
Bibliografia
1 La NATO, «Sintesi della strategia riveduta della NATO in materia di intelligenza artificiale», 10 luglio 2024, https://www.nato.int/en/about-us/ official-texts-and-resources/official-texts/2024/07/10/summary-of-natos-revised-artificial-intelligence-ai-strategy
2 S. Grand-Clément, Artificial Intelligence Beyond Weapons: Application and Impact of AI in the Military Domain, UNIDIR, 2023, https://unidir.org/wp-content/ uploads/2023/10/UNIDIR_AI_Beyond_Weapons_Application_Impact_AI_in_the_Military_Domain.pdf
3 NATO, «Sintesi del piano di attuazione dell’autonomia», 13 ottobre 2022, https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2022/10/13/ summary-of-natos-autonomy-implementation-plan; CICR, «Autonomous weapons», https://www.icrc.org/en/law-and-policy/autonomous-weapons
4 NATO, «Summary of NATO’s Biotechnology and Human Enhancement Technologies Strategy», 12 aprile 2024, https://www.nato.int/en/about-us/ official-texts-and-resources/official-texts/2024/04/12/summary-of-natos-biotechnology-and-human-enhancement-technologies-strategy
5 NATO Science & Technology Organization, Neuroenhancement in Military Personnel: Conceptual and Methodological Promises and Challenges, STO-TR-HFM-311, 2024, https://www.sto.nato.int/document/neuroenhancement-in-military-personnel-conceptual-and-methodological-promises-and-challenges-report/
6 UNESCO, Raccomandazione sull’etica delle neurotecnologie, adottata l’11 novembre 2025, https://www.unesco.org/en/legal-affairs/recommendation-ethics-neurotechnology
7 Per approfondire il tema, si segnala La minaccia cognitiva, prima serie del Deftech Podcast, prodotta nell’ambito del programma di anticipazione tecnologica di armasuisse Scienza e Tecnologia. Scritta e condotta da Bruno Giussani, la serie comprende sei episodi e una fiction immersiva bonus. Attraverso analisi, te-stimonianze ed esempi concreti, esplora come intelligenza artificiale, reti digitali e neurotecnologie possano trasformare l’attenzione, la percezione e la capacità decisionale, facendo della mente umana un nuovo campo di battaglia (https://atelierdesfuturs.org/deftech-podcast/)
Quentin Ladetto, Patrick Ghion e Luca Tenzi
Articolo apparso sulla RMSI 4/2026


