Mentre scriviamo queste note non è chiaro se il conflitto in Ucraina potrà risolversi al tavolo del negoziato o sul campo di battaglia. Quello che appare evidente è che la Russia è in grado di porre le condizioni della pace, forte dei successi conseguiti ormai quotidianamente sugli oltre mille chilometri di fronte e del costante martellamento in profondità degli obiettivi militari e industriali ucraini.
Successi resi possibili dal progressivo incremento di truppe, mezzi, armi e munizioni registrato dalle forze di Mosca (che per ammissione di Ucraina e NATO continuano a riuscire ad arruolare oltre 30 000 volontari al mese) contrapposto al continuo indebolimento delle capacità militari ucraine. Il crollo dei rifornimenti da USA e UE sta azzerando le difese aeree che contrastano droni e missili russi (pochi missili per i sistemi Patriot, Hawk, NASAMS e IRIS-T, esaurite le scorte per i SAMP/T e Crotale), mentre al fronte le ampie perdite di truppe, armi e munizioni non sono più rimpiazzabili.
Diversi analisti vedono quindi in prospettiva il rischio di collasso di un settore del fronte ucraino che potrebbe avere un effetto domino. In maggio il New York Times evidenziava che nelle “guerre di logoramento, i progressi incrementali possono presagire una svolta, se la parte perdente esaurisce truppe e munizioni le sue linee difensive alla fine crollano”.
Daniel L. Davis, ex ufficiale statunitense analista del conflitto per il sito 19fortyfive, valuta che “la guerra non è in una situazione di stallo, ma i russi continuano a vincere sul campo.
Una volta esaurito il pacchetto di aiuti da 61 miliardi di dollari di Biden a partire da maggio 2024, non arriveranno più aiuti americani. L’Europa chiaramente non può compensare da sola l’assenza di aiuti militari americani. Pertanto, potenzialmente entro pochi mesi, la matematica del campo di battaglia inizierà a pesare sempre di più sulla parte ucraina, mentre la Russia continuerà a rafforzarsi e a crescere militarmente. Se Zelensky e i suoi sostenitori europei credono che l’esercito ucraino sotto assedio possa continuare a combattere all’infinito, perdendo migliaia di soldati ogni mese, e che non ci sarà mai una rottura nelle linee – o una rivolta delle truppe – stanno giocando, perdonate il gioco di parole, alla roulette russa. Nessuno può subire questo tipo di perdite e combattere come un robot per sempre”.
Le difficoltà dell’Europa e del presidente ucraino Volodymyr Zelensky ad accettare con pragmatismo un negoziato che necessariamente sarà penalizzante per Kiev costituiscono il vero ostacolo a una trattativa da cui gli Stati Uniti di Donald Trump potrebbero sfilarsi dopo aver invano sperato in un rapido successo della mediazione. Non a caso gli ultimi incontri tra russi e ucraini si sono tenuti a Istanbul con la mediazione turca.
La disponibilità di Mosca a continuare i colloqui non deve indurre a facili illusioni circa le prospettive di un cessate il fuoco a breve termine.
Le condizioni poste da Mosca sono note e sono già state respinte dall’Ucraina:
- la neutralità dell’Ucraina;
- la rinuncia di Kiev a ospitare truppe e basi straniere, a possedere armi di distruzione di massa e a chiedere risarcimenti alla Russia;
- il riconoscimento da parte dell’Ucraina e della comunità internazionale dell’annessione alla Russia di Crimea, Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhia;
- il ritiro immediato delle forze di Kiev oltre i confini amministrativi di queste regioni.
A queste condizioni Mosca sembra voler aggiungere un impegno ufficiale della NATO a rinunciare a ogni ampliamento verso est, cioè ad inglobare nell’alleanza Moldavia, Ucraina e Georgia.
Condizioni dure, determinate dall’andamento delle operazioni belliche, che Mosca pretende per accettare un cessate il fuoco di un mese che invece Kiev e gli europei vorrebbero venisse applicato dai russi immediatamente e senza condizioni.
Richiesta irricevibile per Mosca per ragioni facilmente comprensibili. Un mese di tregua potrebbe favorire solo gli ucraini, oggi stremati, che guadagnerebbero tempo per rafforzare le linee difensive e far affluire altri aiuti militari dall’Europa. Un vantaggio che Mosca non concederà mai anche per la totale assenza di fiducia nei confronti dei leader europei dopo l’esito degli accordi di Minsk che dieci anni fa avrebbero dovuto fermare la guerra nel Donbass e che, come ammisero nel 2022 l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel e l’ex presidente francese Francois Hollande, vennero sottoscritti solo per guadagnare tempo e permettere all’Ucraina di armarsi.
Né contribuiscono ad aumentare la fiducia di Mosca nell’Europa i continui proclami antirussi che giungono dalla UE e dai vertici del “gruppo dei volenterosi” (guidato da Gran Bretagna, Francia e Germania) che doveva impegnarsi a inviare almeno 30 000 militari in Ucraina a “garanzia della sicurezza di Kiev” e che ora sembrano aver limitato le ambizioni a qualche centinaio di istruttori militari.
Il punto fondamentale nel lungo e aspro dibattito sui negoziati di pace è rappresentato dall’inconciliabilità delle posizioni. Europei e ucraini lasciano intendere di considerare la fine della guerra necessaria per preparare la riscossa, mentre i russi vogliono una pace che risolva le radici profonde di questa guerra, cioè neutralizzi ogni rischio politico e militare di ripresa delle ostilità.
Come appare evidente, più che da un negoziato tra russi e ucraini, simili garanzie potrebbero emergere solo da una “nuova Yalta”, una conferenza internazionale che ridefinisca una cornice di sicurezza in Europa Orientale.
Conferenza peraltro richiesta da Putin più volte, l’ultima nel dicembre 2021 come condizione per evitare la guerra in Ucraina a cui la NATO, per ammissione dell’allora segretario generale Jens Stoltenberg, rispose con un rifiuto. Chiunque osservi con pragmatismo la guerra in Ucraina ha però la chiara percezione che quella negoziabile sia la migliore pace possibile per l’Ucraina e l’Europa, specie ora che gli Stati Uniti hanno comunque intrapreso la strada del ripristino delle relazioni con la Russia (e del progressivo disimpegno dall’Europa) indipendentemente dall’esito della guerra in Ucraina.
Oleksji Arestovich, ex consigliere di Zelensky, ha affermato senza mezzi termini che l’Ucraina può accettare oggi una pace in cui perde quattro regioni più la Crimea o continuare a combattere e tra sei mesi perderne otto.
Un chiaro riferimento alle aspirazioni russe sulla regione di Odessa (che permetterebbe di sottrarre a Kiev lo sbocco al mare e di conseguire la continuità territoriale con la Transnistria) e alle penetrazioni russe nelle regioni di Kharkiv, Sumy e probabilmente Dnipropetrovsk, di cui le truppe russe hanno raggiunto i confini.
Del resto non esiste oggi un solo elemento concreto che possa indurre a ritenere che gli ucraini riconquisteranno i territori perduti (circa il 20 per cento del territorio nazionale), né che potranno difendere con successo il fronte impedendo ai russi ulteriori conquiste.
Dovrebbe far riflettere il fatto che un rapporto del Centro per il Rischio Geopolitico della banca d’investimento JP Morgan (di certo non un organismo “putiniano” o filo-russo) ha previsto quattro possibili scenari in cui l’Ucraina perde territori e non entra nella NATO. Nel primo, con probabilità 15%, l’Ucraina viene ricostruita e consolidata dall’Occidente mantenendo la sua sovranità.
Nel secondo, con probabilità 20%, l’Ucraina si rafforzerà militarmente con l’aiuto europeo alimentando il rischio di nuove guerre con la Russia. Nel terzo scenario, con probabilità del 50 per cento, in assenza di truppe e supporto militare occidentale, l’Ucraina resterà instabile e tornerà gradualmente nell’orbita russa. Il quarto scenario prevede invece un 15% di probabilità che il disimpegno degli USA e l’indifferenza dell’Europa determinino la totale capitolazione dell’Ucraina, trasformandola in uno stato vassallo di Mosca.
Le valutazioni di JP Morgan, che di fatto prevedono quindi un 65% di possibilità che l’Ucraina torni nella sfera di influenza russa, sembrano tenere conto anche dell’incapacità europea di fornire all’Ucraina gli aiuti militari necessari o di inviare truppe ad affiancare quelle di Kiev al fronte. Elementi che, al di là delle parole in libertà della politica europea, hanno un peso significativo in ogni analisi.
Non a caso, il già citato Daniel L. Davis ritiene che “un crollo della capacità dell’Ucraina di difendere il proprio paese diventa sempre più probabile con l’avvicinarsi della stagione estiva.
L’unica cosa che abbia senso, sia a livello militare che diplomatico, a questo punto è riconoscere la dura verità che non esiste una via per il successo ucraino.
L’Occidente nel suo complesso non ha la capacità o la leva per costringere la Russia a fare concessioni. Se continuiamo a credere che parole forti fermeranno le forze armate russe, rendiamo inconsapevolmente più probabile lo scenario da incubo per Kiev e Bruxelles: la sconfitta militare dell’Ucraina”.
di dr. Gianandrea Gaiani
Articolo mapparso sulla RMSI 3/2025
Immagine realizzata con l’IA