La neutralità svizzera, per secoli simbolo di indipendenza inviolabile, sta subendo attacchi senza precedenti.
Due episodi recenti rivelano come persino la Confederazione elvetica, tradizionalmente rispettata nella sua autonomia, sia diventata bersaglio di ingerenze aggressive da parte di potenze che non esitano a calpestare la sovranità altrui.
Gli Stati Uniti hanno dimostrato il massimo disprezzo per il diritto internazionale con l’imposizione unilaterale di dazi del 39% sulle esportazioni svizzere nell’estate 2025. Non si è trattato di una semplice misura commerciale, ma di un vero e proprio atto di bullismo economico. La scelta di comunicare le sanzioni il primo agosto, festa nazionale svizzera, non è stata casuale: Washington ha voluto umiliare pubblicamente Berna. L’aliquota del 39% (più del doppio di quella riservata all’Unione Europea) è stata calcolata con un algoritmo arbitrario che ignora completamente il fatto che la Svizzera ha già abolito i dazi industriali.
L’amministrazione Trump ha trattato un partner storico come un paese vassallo, costringendo la presidente Keller-Sutter a volare d’urgenza a Washington. Solo dopo mesi di suppliche, concessioni e persino la consegna di regali di lusso, i dazi sono stati ridotti.
Il messaggio è chiaro: la Svizzera deve inchinarsi o pagare.
L’Italia ha adottato un approccio altrettanto aggressivo sulla vicenda di Crans-Montana. Dopo la tragedia del primo gennaio, Roma ha trasformato una legittima richiesta di giustizia in un’operazione di pressione politica che viola palesemente la sovranità giudiziaria elvetica. Il governo Meloni ha richiamato l’ambasciatore, organizzato una campagna mediatica contro le autorità vallesane (palesemente funzionale a una facile raccolta di consensi) e, soprattutto, preteso l’invio di investigatori italiani sul territorio svizzero per “affiancare” i colleghi locali.
Questa non è cooperazione giudiziaria: è un’ingerenza inaccettabile negli affari interni di uno Stato sovrano. La richiesta di costituire una “squadra investigativa congiunta” per indagare su fatti avvenuti in territorio svizzero rappresenta una violazione dei principi basilari del diritto internazionale. Il ministro Tajani si è spinto a definire l’indagine svizzera “piena di buchi”, arrogandosi il diritto di giudicare la magistratura di un paese straniero. Il rientro dell’ambasciatore è stato subordinato alla “collaborazione”, un eufemismo per dire: fate quello che diciamo noi.
La Farnesina ha persino paventato un “commissariamento internazionale” della Procura di Sion, come se la Svizzera fosse uno stato fallito incapace di gestire la propria giustizia. Gli investigatori italiani inviati sul posto hanno redatto relazioni che accusano i colleghi svizzeri di essere “sbrigativi e infastiditi”, ignorando il fatto che la loro stessa presenza costituiva una forzatura istituzionale.
Questi episodi non sono incidenti isolati, ma sintomi di una tendenza globale. Viviamo in un’epoca in cui il rispetto della sovranità è diventato opzionale per chi ha la forza di imporre la propria volontà. Gli Stati Uniti usano l’arma economica per piegare anche gli alleati storici. L’Italia, forte della propria dimensione demografica ed economica, pretende di dettare legge oltre confine.
Le conseguenze per Berna vanno ben oltre la gestione dei singoli dossier. Questi attacchi alla sovranità nazionale costringeranno la Svizzera a ripensare radicalmente la propria politica di sicurezza. La neutralità armata, finora concepita principalmente in termini militari, dovrà evolversi per includere strumenti di difesa economica e giudiziaria. Il paese dovrà valutare se rafforzare l’autonomia strategica attraverso maggiori investimenti in settori critici, diversificare le partnership commerciali per ridurre la dipendenza dal mercato americano, e costruire alleanze più solide in ambito europeo senza sacrificare l’indipendenza.
brigadiere Stefano Laffranchini, presidente STU
Articolo apparso sulla RMSI 1/2026


