Durante la Guerra Fredda la dissuasione si fondava sulla prospettiva della distruzione reciproca assicurata come conseguenza inevitabile dello scontro fra superpotenze. Ma anche dopo la caduta del Muro la soglia nucleare è rimasta un limite da non valicare, riconosciuto e condiviso. Ci si può chiedere, oggi come oggi, fino a quando sarà così.
La mia generazione è cresciuta all’ombra della deterrenza nucleare e del suo principale corollario: il MAD (Mutual Assured Destruction).
Il suo esplicito riferimento alla “follia” di uno scontro che avrebbe portato alla distruzione dell’umanità era rafforzato dal fatto che il numero delle testate possedute dalle due superpotenze era di molto superiore a quello sufficiente a distruggere l’umanità.
Una follia in tutti i sensi, la cui prospettiva è stata determinante nel salvaguardare il cosiddetto “equilibrio del terrore”, che vedeva i due blocchi confrontarsi in toni a volte minacciosi ma sempre con precisi limiti, tacitamente riconosciuti da ambo le parti. Un sistema che, pur con qualche momento difficile (ad esempio la crisi di Cuba del ’62), ha retto fino alla caduta del Muro di Berlino.
Poi l’implosione del blocco sovietico ha seminato nuove paure, in particolare quella di una dispersione incontrollata delle testate, col rischio di finire nelle mani di qualche dittatore velleitario, ma soprattutto di uno dei tanti gruppi terroristici pronti a tutto (sul tema è fiorita in quegli anni una abbondante letteratura di fiction).
Il timore di una possibile anarchia nucleare faceva apparire rassicuranti le logiche preesistenti, nella loro rigida simmetria. Era su quest’ultima, in effetti, che si reggeva principalmente la deterrenza.
Da qui la preoccupazione delle grandi potenze, già marcatamente presente durante la Guerra Fredda, di impedire in primo luogo la proliferazione delle armi nucleari al di fuori del loro controllo. Il tentativo è riuscito a metà, in quanto nel cosiddetto club atomico sono entrati diversi altri paesi, non solo riconducibili a un blocco (come Gran Bretagna e Francia e, oggi come “blocco a sé”, la Cina) ma anche altri in situazioni di latente conflitto (India e Pakistan) o alle prese con rischi, o quanto meno la precezione di rischi esistenziali (in modi diversi Israele e Corea del Nord).
Si tratta comunque di un club ristretto e non è certamente un caso che il primo obiettivo dell’odierno attacco di USA e Israele all’Iran sia proprio la proclamata volontà di impedire che il paese degli Ayatollah si doti di armi nucleari.
Ma funziona davvero ancora, in queste condizioni, la deterrenza?
Sarebbe sen-sato pensare che sia oramai destinata a sfaldarsi. Anche se per ora continua a funzionare; o quanto meno a esercitare i suoi effetti. Questo in ragione di un aspetto che è proprio della deterrenza nucleare, della sua storia e della sua natura. In effetti il salto dall’uso delle armi convenzionali a quelle nucleari continua a essere percepito come un tabù, un cambiamento di paradigma destinato a innescare un processo distruttivo totale e irreversibile. Si possono cioè usare tutte le altre armi, anche le più distruttive e “odiose” (si pensi ai gas); si possono bombardare senza restrizioni i civili; si possono usare agenti batteriologici. Ma non ricorrere alla Bomba! Perché ciò costituirebbe un salto di qualità dalle conseguenze imprevedibili: segnatamente una inevitabile escalation verso un nuovo MAD.
Se da un lato questo approccio contiene elementi rassicuranti, non può non colpire il fatto che continui a prevalere, anche molti anni dopo l’avvento delle armi nucleari cosiddette tattiche (per altro già testate negli anni ’50 del secolo scorso), che permettono un impatto circoscritto, anche in termini di percezione da parte di avversari e “spettatori” esterni.
Ma così non è (almeno fin qui): il tabù della soglia nucleare come punto di non-ritorno persiste, rafforzando l’effetto deterrenza.
Significativo, a questo proposito, il caso India-Pakistan. Fra i due paesi, dotati ambedue di armi atomiche, le tensioni sono sempre state alte, con ripetuti episodi di guerra guerreggiata sul terreno e un rischio relativamente contenuto di allargamento generale, ma anche solo regionale. Eppure, anche nei momenti più critici, i contendenti hanno subito indicato che il superamento della soglia nucleare era per loro escluso. Segno che il tabù come elemento chiave della deterrenza persiste non solo quanto il rischio di deflagrazione generale è ben presente, ma anche su scala regionale.
La domanda è: fino a quando durerà tutto questo?
La risposta, da qualche tempo, è meno facile da fornire. In particolare guardando all’Europa, che si appresta ad affrontare una stagione particolarmente critica, con il ripiegamento dell’ombrello nucleare americano che la politica di Trump ha chiaramente preannunciato.
Gli osservatori, al di qua e al di là dell’Atlantico, concordano nel ritenere che gli arsenali atomici britannici e francesi non sono certo in grado di sostituire l’ombrello statunitense e che, in un modo o nell’altro, Washington dovrà continuare a essere presente nella difesa del Vecchio Continente.
Il problema è: in quale misura?
In chiave di deterrenza questa domanda è fondamentale. Ammesso (e non concesso) che il tabù del superamento della soglia nucleare persista anche nel caso di una escalation di tensioni con la Russia, l’efficacia della deterrenza è legata anche al potenziale di risposta europeo, che senza gli USA ha dei limiti evidenti. I quali, a loro volta, rischiano di trasformarsi paradossalmente in un incentivo, per un antagonista pronto a operare su diversi livelli (come del resto già sta facendo, nell’aria e nel ciberspazio) e a sfruttare le debolezze e divisioni – di mezzi ma anche di orienta-menti politici – che segnano quello che un tempo si definiva “il pilastro europeo della NATO”. Un pilastro segnato oggi a non poche crepe.
Articolo apparso sulla 4/2026
ufficiale specialista Giancarlo Dillena
Immagine: Esercitazione ATFEX 2023, Analytical Task Force (ATF), dispositivo di contaminazione, CoMo 170 ZS. © VBS/DDPS – Pascal Gertschen


