Il 13 agosto 2025 il Consigliere federale Martin Pfister ha informato la stampa sullo stato attuale delle trattative e sui prossimi passi previsti per l’acquisto dei caccia F-35. Il governo ha approvato un aumento di prezzo. Questa decisione è dolorosa, ma necessaria. Chi oggi si oppone all’acquisto di questi velivoli, già approvato dal popolo, tratta con leggerezza la sicurezza della Svizzera. Dalla fine di giugno gli Stati Uniti chiedono un importo maggiore per gli F-35 ordinati dalla Svizzera. Queste richieste aggiuntive vengono motivate con l’aumento dei costi di produzione dovuto all’inflazione e ai maggiori prezzi dei materiali. Il Consigliere federale Martin Pfister ha comunicato che la Svizzera accetterà questi costi supplementari.
Leggi tutto: La decisione del Consiglio federaleLa reazione dei media
È stato sorprendente e allo stesso tempo preoccupante che, in occasione di questa conferenza stampa, nessuno tra i presenti abbia posto domande inerenti alla politica di sicurezza. Invece, hanno dominato temi come la politica economica e i rapporti con gli Stati Uniti. Questa unilateralità non è solo una nota marginale dal punto di vista giornalistico – è un sintomo. La politica di sicurezza sembra non avere ancora, nel dibattito pubblico, il peso che meriterebbe alla luce della situazione geopolitica.
L’opinione della SSU
La SSU sostiene la decisione del Consiglio federale: l’F-35 è indispensabile per garantire la sicurezza della Svizzera e della sua popolazione. Come ho già scritto in un numero dell’ASMZ, senza questi nuovi aerei da combattimento la Svizzera, tra qualche anno, si ritroverebbe senza difesa aerea – il che è inaccettabile, non da ultimo perché si creerebbe una lacuna di sicurezza nel cuore dell’Europa. In un mondo sempre più instabile e caratterizzato dalla corsa agli armamenti, l’F-35 è più importante che mai. Senza contare che può essere utilizzato anche per missioni di polizia aerea, a tutela della sicurezza dell’aviazione civile.
La chiarificazione delle responsabilità
Negli ultimi mesi non è stato possibile convincere gli Stati Uniti a rivedere la loro posizione con argomentazioni persuasive. Questo getta una cattiva luce sulla precedente direzione del DDPS. Nonostante l’urgenza dell’acquisto, è necessaria un’analisi retrospettiva: l’allora Consigliera federale Viola Amherd aveva per anni ribadito di aver concordato un prezzo fisso con gli USA. Il fatto che ora emergano spese aggiuntive è deplorevole e solleva interrogativi legittimi. Come giustamente richiesto da un partito borghese, il Consiglio federale e la Commissione della gestione devono chiarire come si sia potuta creare questa falsa aspettativa e se nel processo di approvvigionamento vi siano state omissioni o errori.
La posizione della politica
Gli eventi degli ultimi anni ci hanno dimostrato chiaramente quanto sia fondamentale la sicurezza per il nostro Paese. Ciò di cui la Svizzera non ha bisogno sono schermaglie partitiche, ma un impegno politico unito e determinato per una difesa complessiva credibile – sul piano sociale, economico e militare. I media e i partiti che non hanno mai voluto l’F-35 e che da tempo si battono per l’abolizione dell’esercito non dovrebbero strumentalizzare altri temi per ostacolare il progetto: la sicurezza della Svizzera è più importante e di lungo periodo rispetto alle attuali questioni di prezzo o di dazi.
L’azione del Parlamento
Manca ancora un modello di finanziamento strategico, ben ponderato e basato sulle minacce. Invece di partire da un’analisi obiettiva delle minacce, le risorse vengono distribuite in base a opportunità politiche. Un processo politico di sicurezza responsabile deve invece iniziare sempre dalla domanda: quali sono le minacce realistiche e più pericolose che ci attendono? Solo dopo si può determinare quali mezzi sono necessari, e solo allora decidere il finanziamento. Le priorità devono essere fissate sulla base di criteri di sicurezza chiari, non su compromessi politici fragili.
Le spese per la difesa
È preoccupante che in Svizzera si discuta ancora se un budget per la difesa pari all’1% del PIL sia troppo alto, mentre altri Paesi, tra cui i nostri vicini, investono fino al 3%. Nella popolazione cresce la consapevolezza che la sicurezza non è gratuita. Per questo un aumento del budget della difesa al 3% del PIL, mantenendo il freno all’indebitamento, dovrebbe essere subito preso seriamente in considerazione. Chi vuole una capacità di difesa non solo sulla carta deve essere disposto a investire nei mezzi necessari – anche se questo comporta costi e difficoltà politiche. L’acquisto del caccia F-35 è un esempio emblematico: non è un progetto di prestigio, ma una necessità di politica di sicurezza. Offre capacità che vanno ben oltre la sostituzione di vecchi velivoli e rappresenta uno scudo tecnologico che protegge anche la Svizzera da autocrazie aggressive. Annullare l’acquisto sarebbe non solo negligente, ma danneggerebbe irreversibilmente la credibilità della difesa svizzera.
Le conseguenze del “dividendo della pace”
Molti Stati europei, purtroppo anche la Svizzera, si sono adagiati per decenni sul cosiddetto “dividendo della pace”. La capacità di difesa è stata progressivamente smantellata e le questioni di sicurezza sono state relegate in secondo piano. Ora questa negligenza si fa sentire. In un periodo di crescenti tensioni geopolitiche, devono investire massicciamente proprio quei Paesi che sono i meno preparati. Ciò significa costi più alti, tempi di consegna più lunghi e la difficile ricostruzione di un’industria bellica ridimensionata – purtroppo anche in Svizzera.
Conclusione
La politica di sicurezza è almeno tanto importante quanto la politica economica – soprattutto oggi. Un Paese ricco come la Svizzera non può permettersi di rinunciare ai migliori sistemi di difesa solo per motivi di prezzo. Come ho già scritto in un numero dell’ASMZ: la prontezza alla difesa richiede mezzi e costa denaro. Chi non prende sul serio questa mia affermazione mette a rischio non solo la prosperità, ma anche le fondamenta della convivenza libera in Svizzera.
Articolo apparso sulla RMSI #5/2025
colonnello SMG Michele Moor,
presidente SSU

